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Shoe

30 minuti | Italia 2013

Ideazione e regia di Matteo Maffesanti, performer Luca Aldegheri, Matteo Maffesanti, Eddy Bosco, Alessio Bertanza, Samuele Trentini e Mirko Tomezzoli, supervisione artistica Chiara Bortoli, audio e tecnica di Davide Pachera. Una produzione Elevator Bunker a.p.s. con il sostegno della Banca Popolare di Verona e Opera Estate Festival del Veneto di Bassano del Grappa.

“Celebre oggetto delle paranoie morettiane, le scarpe sono ciò che ci separa dal nudo suolo, la nostra interfaccia con la realtà, ciò che ci permette di attutirne le asperità o di cavalcarne l’onda di una moda passeggera. Ci accompagnano in ogni occasione sociale. Marcano le fasi della nostra crescita e invecchiamento. Le scarpe hanno una personalità: ci sono scarpe che segnalano rumorosamente il nostro passaggio e altre che sgattaiolano via, felpate. Le suole lasciano traccia del nostro spostamento. Cumuli di calzature indicano il fatto che chi le indossava ora non ne ha più bisogno. Le scarpe di Shoe accoppiate, maneggiate con estrema cura, come se con loro gli interpreti toccassero e spostassero nello spazio un’intera esistenza di strade percorse. Chi, da piccolo, non ha provato le scarpe con il tacco di mamma, testando l’ebrezza dello stare in equilibrio? E in inglese, being in one’s shoes significa essere nei panni di qualcuno. Il performer le sperimenta tutte, non compie una scelta precisa: comodità o scomodità, la vita va provata. Scarpe come feticci attraverso cui esprimersi. Gli interpreti di Shoe hanno un linguaggio, questo si, davvero diverso, una delicatezza e un’originalità di cui lo spettatore vuole fare tesoro. La loto gestualità è inimitabile. Le cromi e dei loro costumi di scena, dello sfondo e delle stesse calzature rispecchiano la bolla di irrealtà che avvolge il lavoro, che pure ruota intorno all’estremo realismo di scarpacce abbandonate, poi nuovamente adottate, e quindi ancora gettate, e infine messe su un piedistallo. Per certi balli servono determinate scarpe. Passo dopo passo si creano geometrie delle nostre città, e siamo noi a completare le linee segnate da altri. La storia umana, descritta dai tanti piedi che hanno solcato questa terra ci fa maltrattare le ex-esistenze, scagliate in una fossa. Ma si salvano proprio quelle più fragili, che si credeva non ce l’avrebbero fatta.”

Giulia Galvan