MENU CLOSE

VOR – Very High Frequency Omnidirectional Radio R.

20 minuti | Italia/Olanda 2013

Vor è l’acronimo di Very Hight Frequency Omnidirectional Radio Range, ovvero la posizione istantanea di un punto in moto nel tempo. Tale sistema utilizza la relazione tra due segnali, per codificare la direzione di chi viaggia nelle aerovie: è un linguaggio di orientamento. Vor è un dialogo visivo tra diversi elementi e la progressione della loro architettura esteriore ed interiore. E’ il confine tra il nostro sguardo e quello altrui. Progetto nato in SPAZIO European network for dance creations (programma cultura europea 2007-2013) sostenuto dai partners: CSC Centro per la scena contemporanea di Bassano del Grappa, ICK Amsterdam , Art Station Foundation Poznan, Zagreb Dance Center di Zagabria – Con il sostegno di CSC Centro per la scena contemporanea di Bassano del Grappa – Associazione Culturale Artedanza Thiene.

Ideazione e performer Tiziana Bolfe Briaschi e Matteo Maffesanti – musica originale di Davide Pachera, supporto artistico di Nicole Seiler, lighting design di Jeroen De Boer, costumi di Francesca Basso. Finalista al Premio Arte Laguna Prize di Venezia 2013 e Anticorpi XL.

“Un sibilo arriva da sinistra. Punti luminosi proiettati sullo schermo. Un suono vibra zebrato. Sul proscenio c’è un computer acceso, quello del musicista e tecnico del suono. In fondo al palco ci sono altri due computer. Tre punti, tre postazioni di lavoro che disegnano invisibili rette coincidenti e una bisettrice. I due performer entrano in scena e si posizionano distanti uno dall’altra, accanto ai computer. Hanno le gambe e le braccia nude, vestiti di una T-shirt e calzoncini corti arrotolati fino all’inguine. Sullo schermo gigante appeso a fondo palco nascono dita di mani gigantesche, enormi, che si cercano, si toccano, si sfiorano in duetti che evocano la plastilina surrealista e geniale di Jan Svankmeier in versione iperrealista, sorvolando Bruce Naumann. Assistiamo ad una progressiva rarefazione del tocco. Il corpo dei performer sembra rimpicciolire davanti allo schermo. I loro mignoli, i loro palmi , le loro dita proiettate in estemporanea sullo schermo incantano e riducono a rumore la visione dei loro corpi reali in movimento. Poi c’è un intervallo, un cambio di ritmo. Il corpo dei performers si slaccia in polsi e avambracci che pungono per terra come frecce di suono abbassate. Sullo schermo si allarga un grumo di pelle grinzosa che si dilata e si contrae insieme al suono. Palmi come macchie di odori rosa arancio, sfuocate e dilatate fino all’estremo. Le dita si intrecciano alterate dalla luce e le loro sagome ingrandite sul video diventano inganno di schiene, gambe, corpi che danzano. La pianta del piede catturata dalla videocamera sullo schermo diventa derma, epitelio diffuso che ri-cambia il suono in visioni uterine. La relazione fisica tra i performers è triangolata dai computer, e la proiezione di un macro-corpo virtuale sullo schermo disorienta la visione complessiva. Il corpo fisico si fa quasi comparsa, eppure resta il conduttore indispensabile della visione, indicando il canale, il passaggio, il varco, l’accesso alla trasformazione in virtuale e mostrandoci la potenzialità infinita di prospettive possibili. Gomiti come spigoli acuti spingono per terra anche i suoni elettronici che seguono i movimenti. Assistiamo alla creazione/proiezione di un altro mondo. Siamo entrati in un altro mondo. I performer si alzano in piedi. Dando la schiena al pubblico avanzano verso il proscenio. E si posizionano ognuno di fronte al proprio computer. Sullo schermo si gonfia un ibrido strano, il mito platonico dell’androgino realizzato. Di spalle al pubblico, l’ottima Tiziana Bolfe esegue con tensione millimetrica e controllo di ogni muscolo e fibra la con-fusione con il corpo virtuale del partner. E qui accade la magia: il disorientamento ottico e percettivo iniziale aumenta, e diventa sincera meraviglia. Non sappiamo più a chi credere, se all’immagine dei loro corpi fisici oppure a quella dei loro corpi virtuali, perché sono vere entrambe, l’una in nome della presenza “qui e ora”; l’altra, in nome della rappresentazione esatta e rarefatta del “mentale”/”spirituale”. I loro corpi fisici, distanti, si toccano e si penetrano spogliati di carne e superficie epiteliale, trasfigurati in un ultra-corpo che è alone impalpabile, rappresentazione dell’invisibile grazie al virtuale. La sofisticata riflessione sul corpo fisico e sul corpo “spirituale” alla quale ci hanno condotto gli artisti riserva un ulteriore, intelligente sorpresa, di grande resa scenica che non vogliamo svelare.”

Teatro Comunale di Vicenza 31/01/2015 di Anna Trevisan.